L’osservazione di sé è uno degli strumenti più importanti – e silenziosamente potenti – per il nostro miglioramento.
Viviamo spesso in una bolla di pressioni quotidiane, affrontando la vita con il pilota automatico inserito. Di fatto, reagiamo a ciò che l’universo ci mette davanti.
Eseguiamo la maggior parte dei nostri compiti senza nemmeno accorgercene. Persino il respiro – sì, proprio lui, la vita stessa – diventa un atto automatico, a cui non prestiamo più attenzione. Eppure, nel respiro consapevole risiede una forza straordinaria.
A volte ci perdiamo. Le emozioni si impossessano dei pensieri, l’ansia si fa spazio, il respiro si accorcia.
E noi? Scivoliamo via da noi stessi, dimenticandoci chi siamo. Sopravviviamo, ma non viviamo davvero.
È in questi momenti – che poi sono la maggior parte del nostro tempo vigile – che l’osservazione di sé può diventare un punto d’appoggio. Una radice.
Uno strumento per creare fondamenta su cui costruire una consapevolezza più profonda, più vera.
Non è complicato. Ma richiede presenza. E un pizzico di coraggio, ogni giorno.
Quando ci sentiamo in balia delle emozioni, quando tutto sembra sfuggirci di mano, proviamo ad uscire metaforicamente da noi stessi.
Immaginiamoci dall’alto. Guardiamoci.
Come stiamo reagendo? Che cosa sta accadendo davvero dentro di noi?
Non giudichiamo. Osserviamo soltanto.
E poi, piano piano, poniamoci qualche domanda costruttiva:
“In che modo posso affrontare diversamente questa situazione o questa persona?”
“Come posso gestire questa rabbia che mi attraversa? Questa malinconia? Questo senso di smarrimento?”
Osservarsi.
Mettere in discussione gli automatismi.
Distinguere ciò che siamo da ciò che non siamo.
Questo è il primo passo verso una consapevolezza più ampia, più radicata.
E anche le domande, se ben poste, possono accompagnarci nel viaggio.
Meglio ancora se iniziano con “come” o “in che modo”, piuttosto che con “perché”.
Il “come” apre strade e costruisce ponti. Il “perché”, a volte, scava trincee.
Il “come” guarda al processo, alla possibilità.
Il “perché” rischia di imprigionarci nella colpa, nell’autocritica, nella paralisi.
Naturalmente non avremo risposte per tutto, almeno non subito.
Ma la semplice capacità di porci certe domande – con gentilezza, con curiosità – è già un risultato prezioso.
Come accade in ogni percorso, ci saranno giorni in cui dimenticheremo di osservarci.
Altri in cui lo faremo con più presenza. O forse per riflesso.
Non importa.
Ciò che conta è continuare. Continuare ad osservarsi.
A chiedersi. A dubitare.
A rientrare in contatto.
Le risposte arriveranno.
A volte in punta di piedi.
Ma arriveranno.
Invito a provare
E tu? Da quanto tempo non ti osservi?
Quando sei travolto dalle attività, quando corri nella ruota del criceto, fermati.
Fai un passo fuori da te. E guardati.
Che cosa vedi? Che cosa provi? Che cosa senti?
Se ti va, scrivilo.
E inizia – o riprendi – il viaggio verso una maggiore consapevolezza.
Un paio di sguardi …
“La tua visione diventa chiara solo quando guardi dentro il tuo cuore. Chi guarda fuori, sogna. Chi guarda dentro, si sveglia.” – Carl Gustav Jung
“Neppure noi sapevamo d’essere al mondo.” – Italo Calvino